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Quando il mangiare sano si fa “social”: Eat-commerce, social eating e piattaforme home restaurant

 Alessia Giorgiutti  27/10/2017

 Alimentazione   home restaurant, guerrilla restaurant, home chef, social eating, food sharing economy, eat commerce

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La convivialità della nostra sala da pranzo, i profumi che si diffondono dalla lenta cottura in pentole e padelle che abbiamo sempre usato e il frigorifero ricolmo dei nostri ingredienti preferiti sono solo alcuni aspetti che, se sommati, ci ricordano quanto la cucina casalinga sia qualcosa di unico e di prezioso, soprattutto per noi italiani.

Tuttavia, il nuovo Millennio corre a tutta velocità e così, purtroppo, facciamo anche noi. C’è infatti sempre meno tempo per godersi qualche boccone in compagnia di amici e parenti. Eppure, è proprio il nuovo Millennio che ci potrebbe soccorrere con un asso nella manica: il mondo digitale, con le sue infinite offerte e possibilità di socializzazione e con la centralità che in esso sta maggiormente assumendo il consumo di cibo di qualità, potrebbe essere la soluzione ai nostri problemi.

La presenza di chef noti sui social, la condivisione di ricette gustose e salutari su blog e gli stessi Eat-commerce, come in un certo senso è anche il nostro Orto in Tasca, infondono una rinnovata voglia di consapevolezza a riguardo del cibo che mangiamo. Ad oggi, vi è sempre di più la volontà di stupire sé stessi e i propri convitati con sapori di qualità e di stagione, acquistati presso agricoltori e produttori locali e cucinati con gusto e semplicità.

Questo processo di consapevolezza spinge anche a superare i confini della convivialità così come si è sperimentata sin dall’antichità, cercando di includere un numero sempre maggiore di persone disposte a conoscere e amare il cibo che si è riusciti a cucinare: si utilizzano così piattaforme social che permettono a coloro i quali amino stare fra i fornelli di condividere la loro passione con amici, conoscenti o perfetti sconosciuti, non solo mediante foto e video, ma anche grazie a nuove e interessanti innovazioni del web.

Il primo rapporto Coldiretti/Censis sulla ristorazione in Italia ha indicato interessanti dati sulla nuova frontiera di questa food sharing economy, ovvero le differenti forme di condivisione del cibo. Da questo rapporto si è infatti evinto che se ben 3,3 milioni di italiani mangiano presso home restaurant, ovvero in case private dove si organizzano cene preparate da cuochi amatoriali promosse su piattaforme social, il social eating, altra nuova forma di condivisione del cibo, è praticato abitualmente da 3,1 milioni di italiani.

Il social eating, ovvero il partecipare a pranzi e cene organizzati saltuariamente da privati nelle proprie dimore, è infatti apprezzato da un sempre maggior numero di italiani, soprattutto lavoratori e professionisti, i quali spesso non possono tornare a casa propria per i pasti, avendo pause molto ristrette: in questo modo, salotti, giardini e terrazze si trasformano in ristoranti dove appassionati di cucina propongono le loro specialità a veri e propri clienti paganti, attirati dai costi non elevati e dalla familiare cordialità dell’esperienza casalinga.

Per home restaurant, invece, si intende la possibilità offerta a chiunque ami cucinare di trasformare la propria casa e la propria cucina in un ristorante organizzato con regolarità e aperto ad avventori che hanno la possibilità di sperimentare la cucina autoctona di un dato luogo. Nati a New York nel 2006 con il nome di guerrilla restaurant, gli home restaurant si sono poi diffusi nel 2009 nel Regno Unito e in seguito anche nel resto del mondo grazie ai social network.

Gli home restaurant rappresentano la perfetta trasposizione di una passione, quella della cucina, in un vero e proprio business, nel rispetto della legge di ciascun Paese.

In Italia, una Risoluzione del Ministero dello Sviluppo Economico, richiesta dalla FIPE (Federazione Italiana Pubblici Esercizi) nel 2015 ha equiparato per la prima volta gli home restaurant ai pubblici esercizi, imponendo loro un iter burocratico impossibile da realizzarsi in una casa privata.

Ciononostante, ad ottobre 2016, il nuovo Ministro Carlo Calenda si è espresso giustamente a favore di una legislazione "leggera" nei confronti delle attività di home restaurant. Il numero di visitatori che frequenta gli home restaurant non può infatti intaccare l’immenso fatturato dei veri e propri ristoranti sparsi per tutta Italia. Allo stesso modo, gli home restaurant possono essere sì considerati attività concorrenti, ma non di certo sleali dal punto di vista legislativo, dal momento che rispettano i vincoli delle leggi al momento attive a livello nazionale e internazionale.

L'offerta di home restaurant e di piattaforme di social eating ha avuto maggiore successo nelle principali città d’Italia: Milano si aggiudica da anni il primo posto, seguita poi da Roma, con il portale di riferimento per il social eating dell’area Ceneromane.com. Infine, Torino è la terza città più "social eating" d’Italia nonché sede di Gnammo, piattaforma leader per la condivisione del fenomeno americano in terra nostrana.

La condivisione social non esita ad arrestarsi, e il 17 gennaio 2017 la Camera dei Deputati ha finalmente approvato il disegno di legge che regola l’attività di home restaurant: con lo scopo di valorizzare e di favorire la cultura del cibo tradizionale e di qualità, la legge disciplina questa attività di ristorazione e prevede misure volte a garantire la trasparenza, la tutela dei consumatori e la leale concorrenza, nell’ambito della sharing economy.

Infine, i prossimi passi per le attività della food sharing economy italiana, le quali coniugano l’arte culinaria con l’avanzamento tecnologico, sono essenzialmente due: quello che può fare il Senato, approvando a sua volta il disegno di legge della Camera dei Deputati, o quello che possiamo fare tutti noi appassionati di cucina, iscrivendoci a una piattaforma di social eating e aprendo le porte di casa a qualcuno che sappia gustare le prelibatezze da noi preparate con amore e rispetto delle materie prime.

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