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L'autunno e il folclore arcaico del Friuli storico

 Alessia Giorgiutti  17/11/2017

 News   vita contadina, tradizione, natale, novembre, dicembre, focolare, inverno, autunno

Fogolar

L'autunno e il folclore arcaico del Friuli storico

Il patrimonio folcloristico friulano è frutto di secoli di vita contadina inanellatisi con i cicli naturali delle stagioni, i saperi millenari e le tradizioni popolari locali. Fortemente influenzato dagli scambi culturali tra le popolazioni presenti sul territorio e la molteplicità di influssi esteri generati dalla posizione di confine della regione Friuli Venezia Giulia, il folclore friulano è uno dei più ricchi d’Italia e d’Europa.

Situato nel nevralgico crocevia delle tre grandi culture continentali europee, ovvero quella latina, quella slava e quella germanica, e influenzato dal radicamento del cristianesimo su solide tradizioni pagane, il Friuli ha una civiltà regionale straordinariamente ricca e diversificata, come ben si può notare dalle diverse varianti della lingua locale, il friulano, ma anche dalle molteplici tecniche di coltivazione e dalle tradizioni culinarie e letterarie subregionali.

Ad oggi, molti friulani mantengono vive le tradizioni di un tempo: coloro i quali lavorano nell’ambito contadino, soprattutto, basano il loro approccio nei confronti della terra e della natura sugli antichi saperi dei lunari e sull’osservazione del susseguirsi ripetitivo delle stagioni, perfezionando le tecniche moderne a disposizione con un bagaglio di saggezza popolare di inestimabile valore. 

In questo modo, molti friulani che fanno ancora parte del mondo semplice ma ricco di saggezza che è quello contadino, danno un’anima al lavoro e alla natura: li riempiono di senso e di storia, e li rendono componenti essenziali della loro vita.

 

L’autunno e l’inverno in Friuli

L’autunno, chiamato sierade, che significa anche “chiusura”, è ancora al giorno d’oggi il momento della conclusione del raccolto e del periodo di lavoro più intenso dell’anno, ovvero quello che intercorre tra la primavera e l’estate. È certamente una stagione di trasformazione, in cui il mondo circostante pare quasi assopirsi, giusto in preparazione del lungo sonno invernale.

Per il contadino friulano e la sua famiglia, tuttavia, l’inverno è sempre stato molto più di un banale assopimento della natura e di una stasi del lavoro: non è difficile sentire ancora oggi i racconti di certi anziani che narrano di come durante i freddi inverni della loro gioventù si dovettero occupare dei lavori di manutenzione e pulizia della casa, così come del taglio di legna da ardere o della cura degli animali nella stalla.

Quante volte vi sarà capitato di sentire quei racconti di quando, al calar del sole, la famiglia si riuniva attorno al fogolâr, il focolare, o nella stalla, così da essere riscaldati dal calore rispettivamente o del fuoco o del respiro degli animali: mentre le donne filavano e gli uomini intagliavano il legno, si mangiava frutta bollita o cotta, come mele e castagne, che venivano accompagnate da qualche bevanda calda o da un bicchiere di vino, e si chiacchierava gli uni con gli altri.

Spesso, i padri e le madri di famiglia narravano miti, fiabe e leggende della tradizione popolare, ovvero storie trasmesse oralmente per generazioni e che avevano la caratteristica di convergere elementi assai differenti tra loro, come avvenimenti realmente accaduti, proverbi comuni, canti popolari e concezioni religiose.

Inconsciamente, i friulani di una volta adoperavano con efficacia un vero e proprio sincretismo tra le antiche tradizioni e feste pagane e la pietà cristiana, vestendo la propria storia di una sana dose di superstizione e mistero: se il risultato di questa pratica automatica un tempo rispondeva all’esigenza di insegnare una morale ai componenti più piccini delle famiglie, ad oggi è un segnale di un tessuto folcloristico estremamente vivace e connaturato nell’essere friulano.

 

Caducità della natura e mortalità dell’uomo

Seconda luna della sierade, Novembre è il mese del vero cambiamento climatico: pioggia, nebbia e temperature sempre più rigide lo caratterizzano, così come la natura che si tinge di tinte più scure e di silenzi persistenti. Ogni cosa si assopisce e si ingrigisce in una lenta ed inesorabile morte, mentre le notti diventano lunghe e scure e la luce del sole pare quasi raffreddarsi.

Le Pleiadi, luminoso agglomerato di stelle della costellazione del Toro, diventano visibili ad est nel chiarore del crepuscolo: così i contadini sanno che la brutta stagione sta per avere inizio e che è arrivato il momento ideale per uccidere il proprio maiale e per preparare le scorte di cibo invernali. I Celti, un tempo abitanti di questa meravigliosa terra, associavano quei corpi splendenti anche alle anime dei defunti che, “tramontate” in questa vita, “sorgevano” in quella successiva.

Proprio il retaggio celtico dei friulani fa si che Novembre sia un mese associato non solo all’assopimento della natura, ma anche alla vera e propria mortalità degli uomini. Infatti, tra le tante festività cristiane e di matrice profana, come San Martino, Santa Caterina e San Andrea, Novembre si apre con la festa di precetto di Ognissanti, la quale ha fuso in un’unica tradizione la Lemuria dei Romani (che avveniva in realtà nei giorni del 9, 11 e 13 maggio) e l’antica celebrazione celtica del nuovo anno, chiamata Samhain.

Quest’ultima veniva celebrata dai Celti in diversi modi: era un momento di riunione e condivisione con i cari per la raccolta e l'immagazzinamento del cibo, al fine di sopravvivere durante i lunghi mesi invernali, ma era anche un’occasione di commemorazione e di magia, dove la realtà si mescolava a ricordi, paure e misticismo.

 

Il grande sonno e il ritorno della Luce

Dicembre è l’ultimo mese dell’anno. Durante il suo ventunesimo giorno, chiamato solstizio d’inverno, il sole si ferma del punto più basso dell'ellisse che annualmente percorre: nel tardo Impero romano, questo era considerato il tempo del Sol Invictus (Sole invitto), ovvero il giorno in cui il Sole smetteva di calare all'orizzonte e vinceva sull’oscurità.

In molte civiltà, questo giorno era vissuto come il natale, ovvero la nascita, della luce.

Il ruolo simbolico del sole è stato infatti sistematicamente adoperato non solo dai Celti e dagli indiani d’America per celebrare aspetti della propria tradizione, ma anche dallo stesso Cristianesimo, il quale lo ha legato alla figura del Cristo.

 

Per quanto concerne il Friuli, molte sono le tradizioni subregionali che riguardano il mese di Dicembre. Nell’alto Friuli, ad esempio, la lotta fra luce e oscurità incarnata nel solstizio, viene rappresentata durante la festa di San Nicola attraverso lo scontro allegorico fra quest’ultimo e i krampus, entità demoniache.

Nonostante le feste colorate e ricche di doni di Santa Lucia, di Natale e dell’ultimo dell’anno, Dicembre rimane un mese alquanto rigido e sottotono, con gli alberi spogli e i paesaggi desolati e freddi, talvolta coperti di neve. L’immaginario friulano, tuttavia, ci insegna che, benché con esso inizi l'inverno, ovvero il periodo più freddo e buio dell'anno, Dicembre è anche il momento che porterà inevitabilmente alla rinascita, non solo di un nuovo anno, ma anche della natura stessa, con tutti i suoi frutti e prodotti.

Dove trovare e visitare queste tradizioni? A Cjase Cocel, al Museo di Storia Contadina.

- Fonti: Mario Martinis, Il grant lunari dal Friûl. Sants, fiestis e tradizions dal cicli dal an. Pasian di Prât, 2012

- Foto: Pinterest

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