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Epifania friulana fra sacro e profano

 Alessia Giorgiutti  05/01/2018

 News   epifania

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“Epifania” è un termine evocativo: deriva dal sostantivo femminile in greco antico ἐπιφάνεια, epifàneia, e significa “manifestazione” e “apparizione”. Usato per definire la festa cristiana celebrata dodici giorni dopo il Natale, ossia il 6 gennaio, il termine “Epifania” si carica di molteplici sfaccettature non solo cristiane quando viene utilizzato in una terra così culturalmente ricca come il Friuli Venezia Giulia.

Per il friulano, l’esperienza dell’Epifania è in una certa maniera quasi totalizzante. Ad essa si associa infatti un intreccio fra sacro e profano: nell’aria pungente di gennaio, in un susseguirsi di rituali cristiani e tradizioni pagano-carnascialesche, il friulano vive la Pifanie come un momento catartico in cui il Passato va a morire nei falò tradizionali fra lis falisçhis, le scintille, e il Presente, così come la Manifestazione del Cristo, prendono vigore dalle preghiere e dal fuoco stesso. 

Derivata in buona parte da culti solari dell’antichità - non solo celtica -, la solenne accensione dei fuochi augurali il 6 gennaio è certamente l’elemento simbolico più importante della tradizione epifanica regionale: il fuoco, chiamato generalmente Pignarûl o Palavin, si genera da grandi cataste di legno e frasche - allestite in precedenza dai cosiddetti Pignarulârs - che vengono bruciate così come si faceva nei rituali pagani del passato, in un atto purificatore e propiziatorio

Se però anticamente i fuochi si accendevano dopo la benedizione dell’acqua santa nella sera del 5 gennaio, ad oggi i falò si accendono il 6 gennaio. Il più famoso è certamente quello di Coja di Tarcento, chiamato anche Pignarùl Grant, il quale viene acceso presso i ruderi del vecchio castello dei Frangipane, il Ciscjelat; al suo seguito, le colline e la piana circostanti si trasformano in un firmamento capovolto, con i restanti falò locali che, una volta accesi, illuminano la fredda notte come tante piccole stelle. 

Da tradizione, gli anziani o “venerandi” traggono solitamente previsioni sull’anno appena cominciato in base alla tipologia e all'orientamento del fumo e delle faville: così, "Se 'l fum al và a sorêli jevât, cjape 'l sac e vâ a marcjât" (Se il fumo volge a oriente al mercato col sacco andrai continuamente), e "Se 'l fum al và a sorêli a mont, cjape 'l sac e vâ a pal mont" (Se il fumo piega al tramonto emigra col tuo sacco per le vie del mondo). 

La maggioranza dei friulani poi si lascia incantare e scaldare dalla magia del fuoco bevendo del vin brulè, ovvero del vino caldo aromatizzato con cannella e chiodi di garofano, e mangiando qualche boccone di pinza, un dolce tradizionale a base di farina di mais, pinoli, fichi secchi e uvetta, o delle fettine di polenta con formaggio e salsiccia. Spesso, inoltre, i friulani sono allietati da splendide rievocazioni medievali ed esibizioni di talentuosi sbandieratori

Immancabile per tradizione è, infine, la componente cristiano-storica dell’Epifania friulana. Essa rappresenta certamente un pilastro delle celebrazioni regionali, come dimostrato da alcuni illustri esempi; durante la mattina del 6 gennaio, infatti, alcune rievocazioni di eventi storici o celebrazioni del passato, come quelle della Messa dello Spadone e della Messa del Tallero, animano rispettivamente le località di Cividale e Gemona. 

Il rito della Messa dello Spadone, celebrato in latino e accompagnato da antichi canti aquileiesi, rievoca la cerimonia di investitura del Patriarca di Aquileia da parte dell’Imperatore: il decano del capitolo di Cividale, che per l'occasione porta un elmo piumato, regge una spada con la quale saluta i fedeli e il corteo storico medievale vibrando tre colpi in aria. La spada, lunga 109 cm, è l’originale offerta dai cividalesi al Patriarca Marquardo von Randeck in occasione del suo ingresso a Cividale

La Messa del Tallero, celebrata a Gemona del Friuli, è a sua volta un’antica usanza medievale: inizialmente il Sindaco, accompagnato dal corteo storico di nobili e guardie, sfila al ritmo dei tamburi fino al Duomo di Santa Maria Assunta, dove ha luogo la funzione religiosa. Poi, durante la cerimonia, la Comunità Civile, rappresentata dal Sindaco, offre alla Chiesa, nella persona dell’Arciprete, un tallero d'argento come segno di sottomissione del potere temporale a quello spirituale.

Foto Udine Today

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