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La "rivolta dei sacchetti" o perché siamo tutti ambientalisti con i rifiuti degli altri

 Alessia Giorgiutti  18/01/2018

 News   sacchetti, sacchetti biodegradabili, ortofrutta, sacchetti bio

Verdure shining

Cadono Governi, la bolletta rincara del 5% su luce e gas, La Gioconda sta ancora al Louvre e il Tiramisù è friulano, o forse veneto: l’Italiano, per principio, si indigna.

Eppure, messo all'angolo dall'insostenibile susseguirsi di pene e disagi degni di un’epopea tragi-comica, l’Italiano si ostina ad affrontare certe apparenti avversità come se fossero, per assurdo, vere e proprie battaglie, un po’ come Don Chisciotte e il suo stralunato accanimento contro i mulini a vento (ai suoi occhi, giganti dalle braccia rotanti). Badate bene: non ci sarebbe niente di male nell'essere passionali, esagerati e rivoluzionari, qualora le motivazioni fossero sensate. Tuttavia, non è questo il caso che oggi prenderò in esame per Orto in Tasca.

Sì, perché l’ultima bizzarra lotta dell’Italiano medio si chiama la "rivolta dei sacchetti, che già con questo nome ci lascia perplessi. Questa battaglia, che ha del surreale, si basa infatti sull'indignazione generata dal divieto dei sacchetti di plastica non biodegradabile a favore di quelli che lo sono e che sono forniti, a spese del consumatore, nei reparti degli alimentari caratterizzati dalla pesatura dei prodotti. L’indignazione, oltre che dal "prezzo increscioso” aggiunto negli scontrini per dare un valore economico a una scelta sostenibile, deriverebbe dall'apparente ammanicarsi di lobby ambientaliste e industriali nei confronti del mondo politico, nonché un’immancabile e fantomatica imposizione di Bruxelles su Roma. Praticamente, una barzelletta.

Tutti i Mali vengono da Bruxelles: i cavoletti e le direttive sull'ambiente, per esempio.

Sulla base della Direttiva (UE) 2015/720 del Parlamento e del Consiglio UE, che ha modificato la Direttiva 94/62/CE, il Governo italiano ha adottato dal 1 Gennaio 2018 delle misure per diminuire in modo significativo l'utilizzo di borse di plastica in materiale leggero. A livello europeo, le direttive erano state elaborate per ridurre l'impatto degli imballaggi e dei rifiuti sull'ambiente: tuttavia, in quanto vincolanti negli obiettivi e risultati da raggiungere ma non nelle modalità di ricezione nazionali, è spettato poi agli Stati membri l’armonizzazione delle proprie normative agli standard dell’Unione.

La nobile iniziativa dell’UE è derivata da una volontà di rendere i cittadini europei maggiormente consapevoli dell’impatto disastroso dei rifiuti plastici sull'ecosistema. Tale effetto negativo è causato principalmente dalla lenta degradabilità di rifiuti in polietilene o in cloruro di polivinile abbandonati nell'ambiente: questa fa sì che contenitori di plastica impieghino dai 100 ai 1000 anni per essere degradati, mentre si ritiene che sacchetti e bottiglie necessitino rispettivamente di 800 e 500 anni per lo stesso processo di assimilazione ambientale.

Le misure normative italiane, doverose conseguenze non solo di una fonte vincolante di diritto comunitario, ma anche di una crescente coscienza nazionale a favore dell'ecosostenibilità, si sono concentrate sull'obbligo a fine igienico di utilizzare sacchetti biodegradabili, compostabili e monouso per pesare le merci sfuse nei supermercati (frutta, verdura, carne, pesce e affettati, ma non pane), vietando sacchetti di plastica leggeri e ultraleggeri già utilizzati o non conformi alla normativa e introducendo un prezzo di vendita per l’imballaggio di ogni singola unità di bene acquistato.

Se da una parte la Direttiva comunitaria 2015/720 si è limitata a prescrivere che “Gli Stati membri possono scegliere di esonerare le borse di plastica con uno spessore inferiore a 15 micron (i sacchetti “ortofrutta”, ndr) fornite come imballaggio primario per prodotti alimentari sfusi”, è stato piuttosto il Governo italiano a decidere di imporre autonomamente l’obbligo di pagamento, introducendo una fascia di prezzo che oscilla da 1 a 3 centesimi e che deve risultare dallo scontrino o fattura d’acquisto delle merci e dei prodotti imballati onde evitare multe per i punti vendita.

Tuttavia, i social media italiani, così come supermercati e negozi di generi alimentari, sono stati letteralmente inondati da proteste e teorie del complotto all'indomani dell’entrata in vigore della legge, la quale non solo era già stata notificata a Bruxelles a Novembre 2015, ma che era stata poi approvata come decreto legge n. 91 su "Disposizioni urgenti per la crescita economica nel Mezzogiorno" e convertita in legge rispettivamente a Giugno e ad Agosto del 2017. Per nostra sfortuna, quindi, l’ostinata indignazione “italiota”, degna di essere burlata dai Palazzi Madama e di Montecitorio fino all’Espace Léopold e al Justus Lipsius di Bruxelles, viene documentata anche da testate giornalistiche di rilievo come il The New York Times e Le Courrier international, con risultati non troppo lusinghieri.

Sui social Biancaneve mangia solo le mele dei sacchetti #ecofriendly e prende 3 in Matematica.

Dal meme virale di Biancaneve che scettica rifiuta la mela inevitabilmente avvelenata perchè le è stata offerta dalla Strega senza l’utilizzo del sacchetto eco-friendly, all’hashtag #sacchettibiodegradabili che divide il web fra sostenitori e contestatori dell’iniziativa, fino alle promesse e bagarre politiche di una campagna elettorale che più si addirebbe, purtroppo, al becero Cetto La Qualunque di Antonio Albanese che a dei veri e rassicuranti rappresentanti della leadership nazionale, la cosiddetta “rivolta dei sacchetti” ha suscitato in poco più di due settimane tanta ilarità quanta perplessità.

Sui social c’è chi ha inneggiato alla “resistenza” pesando i prodotti dell’ortofrutta uno ad uno, ignorando che il prezzo della busta fosse già incluso nello scontrino indipendentemente dal suo utilizzo o meno. C’è chi, colpa qualche 3 in matematica di troppo, ha poi sostenuto che alla fine dell’anno, con 14 centesimi per sacchetti calcolati su una spesa per ogni 54 settimane (sic!), sarebbe finito con 75 euro in meno nel conto corrente: questo qualcuno non ha ancora capito, due settimane dopo, come si fanno le conversioni di unità (14 centesimi in matematica diventa 0,14; 0,14 x 54 = 7,56 euro, e non 75).

Molti hanno accusato il Governo di avere inventato una tassa nascosta a danno delle famiglie; altri hanno reso virale l’ipotesi secondo la quale la norma sia stata creata a tavolino per favorire un’azienda vicina al Partito Democratico. Secondo quest’ultima teoria, la Novamont, leader nella produzione del materiale utilizzato per la produzione dei sacchetti biodegradabili, secondo “catene di Sant'Antonio” di dubbia provenienza, si starebbe infatti per arricchire alle spalle degli onesti lavoratori italiani.

A nulla è valso spiegare che la Novamont produce la materia prima e non il prodotto finale o che la filiera conta centocinquanta aziende, riducendo ai minimi i vantaggi speculativi personalistici: l’invito dell’amministratore delegato di Novamont, Catia Bastioli, come speaker alla Leopolda sei anni fa rimane l’unica prova nelle mani della “resistenza” in quello che pare un complotto intriso di Post-Verità e, permettetemi il termine, idiozia.

Ipocrisia “all'italiana” e lacrime di coccodrillo.

Pur non volendo risultare politici, è innegabile che il Governo stia faticando nel marasma elettorale a compiacere tutti questi leoni da tastiera e cosiddetti “rivoluzionari” sfruttando al contempo la positività dell’iniziativa ambientale: certo è che il Ministro della Sanità Giuseppe Ruocco si è aperto alla possibilità che “il cittadino possa portare i sacchetti da casa, a patto che siano monouso e idonei per gli alimenti”, ma la stessa Legambiente ha preso le distanze dall'esecuzione generale della direttiva nella normativa del Governo.

Stefano Ciafani, direttore generale dell’associazione ambientale, si è infatti detto deluso da come una così innovativa ed importante legge, ispirata da una direttiva illuminante, sia diventata un oggetto per diatribe elettorali, e noi, ad Orto in Tasca, comprendiamo questa risposta. La questione dei #sacchettibiodegradabili, per quanto tempisticamente ben allineata con le elezioni, non può e non deve ridursi alla sola dimensione politica: l’idea del pagamento di una busta eco-friendly, che all'italiano medio toglierà pressapoco dai 4 ai 12.50 euro l’anno, non è una punizione partitica, bensì una piccola ma concreta azione di consapevolezza e sostenibilità che dà la possibilità ad ogni cittadino di compiere una scelta civile.

In questo modo, pare quasi ridicolo che gli italiani si appiglino a 2 centesimi per poi deridere il Presidente Trump e le sue opinioni discutibili a riguardo del riscaldamento globale, rimanere scioccati dal'’orso polare emaciato ripreso da Paul Nicklen o piangere come bambini leggendo “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” di Luis Sepúlveda. Purtroppo si tratta di ipocrisia, ma anche di disinformazione a riguardo del dramma che sta vivendo il nostro pianeta a causa dell’inquinamento.

In foto la simpatica immagine che abbiamo utilizzato in un nostro post Facebook della scorsa settimana.

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